LA ZAMPA.IT
27 AGOSTO 2009
La strage segreta dei delfini
Un documentario choc svela la mattanza dei pescatori giapponesi
STEFANO GULMANELLI
TOKYO - La strage inizia puntuale ogni
anno a settembre. Avviene tutto a Taiji, cittadina giapponese a 500 Km
a Sud-Ovest di Tokyo, affacciata sul Pacifico davanti a una delle
grandi rotte migratorie di delfini. La scena è collaudata: ai primi
segni dell�arrivo dei cetacei nella loro transumanza verso i mari del
Sud, i pescatori prendono il largo e, battendo i remi sull�acqua,
creano un «muro di suono» che disorienta i delfini e li fa finire
dentro le reti, con cui vengono poi trascinati in un�insenatura
naturale poco distante da Taiji.
Alcuni esemplari (poche decine) vengono prelevati e spediti a esibirsi
nei vari delfinari del mondo. Gli altri, almeno 20mila all�anno,
diventano oggetto di una carneficina a colpi di ramponi e fiocine:
alla fine della mattanza l�acqua turchese della baia si tinge di un
sinistro rosso porpora. La carne dei cetacei uccisi viene poi
macellata per essere venduta - spesso spacciandola per carne di
balena, una leccornia nazionale in Giappone - o, almeno fino a qualche
tempo fa, per essere servita nelle mense cittadine, anche quelle
scolastiche.
Il massacro
Finora la mattanza di Taiji era un segreto tutto sommato ben custodito
o perlomeno ben celato all'opinione pubblica mondiale. Non mancavano
voci di pratiche di pesca truculenta nella cittadina giapponese dove,
all�apparenza, il delfino viene venerato (a Taiji ci sono statue,
mosaici e murales di delfini ovunque), ma mai occhi «estranei» avevano
potuto vedere quanto davvero accade in quella baia.
A mostrarlo in tutta la sua crudezza c�è ora «The Cove» («La Baia»),
un documentario presentato e premiato all�edizione 2009 del Sundance
Film Festival e il cui trailer, accessibile in Rete, viene visto da un
numero crescente di internauti sbigottiti.
A girare il film-denuncia sono stati Louie Psihoyos, acclamato
fotografo con 18 anni di National Geographic alle spalle e Richard
O�Barry, che negli Anni Sessanta addestrò il delfino superstar della
serie Tv Flipper e che ora, proprio a causa di quell�esperienza, è il
più convinto oppositore della cattività dei delfini. Per realizzare le
riprese subacquee Psihoyos e O�Barry si sono rivolti a una coppia
canadese di assi dell'apnea - Kirk Krack e la moglie Mandy-Rae
Cruickshank, otto volte campionessa mondiale di free diving. Sono
stati loro due a immergersi in profondità, entrando non visti nella
baia, e a posizionare le telecamere ipersensibili con cui sarebbero
state riprese da sotto le scene dello scempio.
L�intero perimetro dell�insenatura in cui si compie la mattanza è
infatti circondato da siepi di tela catramata sormontate da filo
spinato e tenuto sotto stretta sorveglianza da telecamere a circuito
chiuso e guardie armate.
Il regista boicottato
Montato come un thriller, il documentario, che limita a due minuti le
impressionanti immagini della carneficina dei delfini («Sono più che
sufficienti per capire che cosa avviene in quella baia» dice O�Barry),
mostra come Psihoyos abbia inizialmente provato a girare il film in
modo «legale», chiedendo regolare permesso; e come - dinanzi a rifiuti
secchi e minacce neanche tanto velate (senza giri di parole, il
sindaco di Taiji avverte Psihoyos che avvicinarsi alla baia può voler
dire farsi molto male) - il team sia allora «entrato in clandestinità»
per produrre il filmato che dà conto dei fatti.Ora, spinto dal
crescente tam tam mediatico, soprattutto online, il film sta uscendo
dai circuiti underground e presto arriverà alla visione del grande
pubblico. La cui reazione, si prevede e si spera, sarà quella di una
forte ondata d�indignazione: proprio ciò che Psihoyos e O�Barry si
erano proposti avventurandosi a girare il loro film. Una prima
indicazione al riguardo l�ha già data la città australiana di Broome,
gemellata con Taiji in virtù della presenza di una nutrita comunità di
pescatori originari di quell�area del Giappone: la relazione
privilegiata fra le due città - ha mandato a dire il consiglio
comunale di Broome al suo omologo di Taiji - riprenderà solo se e
quando la mattanza dei delfini cesserà.
LA ZAMPA.IT
27 AGOSTO 2009
"Gran parte della carne di delfino e balena diventa cibo per cani e
polli"
Parla Sabina Airoldi, Istituto Tethys
Quando lo osservi noti subito quel
sorriso. Anche per questo credo che noi occidentali ci avviciniamo
ai delfini in modo diverso». Sabina Airoldi è biologa ricercatrice e
membro del Consiglio Direttivo dell�Istituto Tethys da decenni
osserva e studia il Santuario dei cetacei nel Mar Ligure.
Agli occidentali mangiare carne di delfino farebbe orrore. In
Giappone li massacrano...
«È molto difficile sensibilizzare sulle problematiche del rischio
estinzione gli orientali. Anche se le nuove generazioni sono più
attente a certi argomenti».
Dove sta la differenza?
«Per gli occidentali il delfino e la balena sono una ricchezza del
mare, una ricchezza anche mitologica. E poi il delfino se lo osservi
ha la bocca che sembra quasi un sorriso, emotivamente lo leghiamo al
senso della vita. Il delfino è un mammifero intelligente si avvicina
a noi, comunica con noi e con gli altri della specie. Non lo
consideriamo un pesce».
Ma perché ci «disturba» meno vedere una tonnara?
«Non facciamo il discorso del tonno, anche quello è a rischio di
estinzione. Il delfino partorisce è un mammifero e nasce un piccolo
ogni due o tre anni. Se togli un esemplare da un branco rischi di
alterare per sempre l�equilibrio».
Il Giappone sostiene che uccide per «ricerca scientifica»
«Sì, poi la carne di balena finisce nel cibo per cani, gatti o
addirittura in quello per i polli. La ricerca si fa su animali vivi,
lo abbiamo dimostrato: un cetaceo vale molto più da vivo che da
morto, il Whale watching porta uno sviluppo economico di alto
livello»