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LA STAMPA
31 OTTOBRE 2007
"Siamo
scimpanzé cannibali"
JANE GOODALL INSTITUTE
Quando cominciai le mie ricerche sugli scimpanzé nel 1960, non avrei mai
immaginato che 40 anni dopo sarebbero ancora continuate in modo tanto
impetuoso. E invece gli studi al «Gombe National Park» proseguono
ininterrotti, oggi con un team di scienziati e di assistenti, perlopiù
tanzaniani. E proprio grazie a questo tipo di ricerche di lungo termine
ora sappiamo che gli scimpanzé sono molto simili a noi, sia dal punto di
vista biologico sia comportamentale.
Gli scimpanzé possono vivere per oltre 60 anni in cattività, sebbene allo
stato selvaggio non superino i 45-50. Dimostrano una prolungata dipendenza
dalla madre, poppando al seno, dormendo nelle sue braccia e giocando sulla
sua schiena fino all’età di cinque anni. Si sviluppano legami forti,
intensamente affettivi, tra i membri della stessa famiglia e durano tutta
la vita.
L’anatomia del cervello dello scimpanzé e dell’essere umano è simile e gli
scimpanzé dimostrano capacità intellettuali che un tempo si pensava
fossero una nostra prerogativa. Dimostrano, inoltre, emozioni simili o
identiche a quelle che definiamo felicità, tristezza, paura, dolore. Gli
scimpanzé, poi, sono anche capaci di comportamenti altruistici. Un esempio
toccante è la storia di Mel, che ha perso la madre quando aveva tre anni e
non aveva fratelli o sorelle che potessero prendersi cura di lei.
Incredibilmente, un maschio adolescente della comunità, Spindle, l’ha
«adottata». Spindle portava a spasso Mel, condivideva con lei il suo cibo
e la riportava al nido ogni sera. Fatto ancora più incredibile, proteggeva
Mel dai maschi più anziani, rischiando anche di essere preso a botte, cosa
che in effetti è successa.
E come gli esseri umani sono capaci delle peggiori brutalità così lo sono
gli scimpanzé. Abbiamo assistito ad attacchi di tipo cannibalistico contro
alcuni piccoli e sappiamo che gli scimpanzé praticano anche una sorta di
guerra primitiva. Dal 1974 al
1977, a
Gombe, gli esemplari di una comunità hanno sistematicamente ucciso quelli
di un gruppo ribelle, in una serie di attacchi brutali che duravano tra 10
e 20 minuti. Le vittime erano individui con cui gli aggressori avevano
giocato fino a poco tempo prima e che a volte avevano anche nutrito.
La differenza più evidente tra gli scimpanzé e gli esseri umani - secondo
me - è che noi siamo le uniche creature che hanno sviluppato un linguaggio
parlato altamente sofisticato. Gli scimpanzé non possono, per quello che
sappiamo, dirsi l’un l’altro cose che sono accadute in un lontano passato,
elaborare progetti per un futuro distante o, ancora, insegnarsi cose che
non appartengono al presente.
Il nostro linguaggio (e la nostra mente) ci ha dato il potere di dominare
le altre specie e di sottomettere la natura. E tuttavia non usiamo queste
doti in modo saggio. Stiamo distruggendo il pianeta e molti animali -
compresi gli scimpanzé - sono sull’orlo dell’estinzione. Un secolo fa, in
Africa, erano circa 2 milioni. Oggi si stima che siano tra 184.300 e
221.600. In parte il declino è dovuto alla distruzione del loro habitat.
Ma la minaccia maggiore è il «bushmeat trade», la caccia a fini
commerciali per la vendita della carne.
Per centinaia di anni le popolazioni locali hanno vissuto in armonia con
il mondo della foresta, uccidendo solo gli animali necessari per nutrire i
villaggi. Ora, però, la caccia non è più sostenibile. Negli Anni 80 le
società che sfruttano il legname hanno aperto vaste aree vergini delle
foreste pluviali, consentendo ai cacciatori di penetrarvi e di colpire
qualsiasi specie, dagli elefanti agli scimpanzé, fino alle antilopi, agli
uccelli e ai rettili. La carne viene macellata e arrostita e portata nei
mercati. Lì l’élite urbana è disposta a pagare molto, più che per un pollo
o una capra. E’ una questione culturale. I cacciatori, inoltre, vengono
pagati per procurare cibo ai tagliatori di legna. Queste attività
commerciali impoveriscono la foresta e minacciano il futuro delle stesse
comunità indigene.
Il «Jane Goodall Institute» è una delle Ong che fanno parte del «Congo
Basin Forest Partnership»: grazie ai fondi del dipartimento di Stato Usa e
dell’Ue cerca di bloccare il commercio della carne. Lavoriamo con altre
Ong, con rappresentanti governativi, con agenzie internazionali e con il
settore privato, comprese le società estrattive e quelle del legname.
Tentiamo di educare e coinvolgere le popolazioni locali.
Se questi sforzi non andranno a buon fine, le grandi scimmie del bacino
del Congo potrebbero estinguersi entro 15 anni. E se non avremo successo,
quasi tutti gli straordinari animali dell’area scompariranno e la foresta
si svuoterà. Non possiamo permetterci che accada. Sempre più persone hanno
capito che le scimmie sono in pericolo e vogliono dare un aiuto. Il «Jane
Goodall Institute» ha un network di sostenitori convinti, che vogliono
lasciare un’eredità positiva ai figli e ai nipoti. Noi immaginiamo un
futuro in cui le grandi scimmie vivano in pace, nel loro mondo intatto,
senza la minaccia di estinzioni di massa. Sono convinta che si possa
costruire un futuro del genere, ma solo se ciascuno di noi farà la propria
parte, generando consapevolezza, diffondendo allarmi, sostenendo i gruppi
che lavorano per le scimmie. Non c’è tempo da perdere.
CHI E'
Goodall, Primatologa
RUOLO: E’ FONDATRICE DEL «JANE GOODALL INSTITUTE» E «MESSAGGERO DI PACE»
DELL’ONU
SITO:
WWW.JANEGOODALL-ITALIA.ORG
LIBRO: «LE
RAGIONI DELLA SPERANZA» BALDINI CASTOLDI DALAI
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