Gentile Dr. Tadolini,

abbiamo avuto modo di leggere il suo documento “Modelli Animali ed etica della sperimentazione” e vorremmo esprimerle il nostro parere in merito.

Innanzitutto, ci stupisce che un gruppo di psicologia animale, sia pure comparata, possa esprimersi in maniera favorevole alla vivisezione, dato che siamo convinti che nessun animale che ne sia vittima nella sua psiche potrebbe mai arrivare a giustificare e ritenere corretto ciò che “quelli col camice” gli fanno!

Ma ecco, nel dettaglio, su quali punti del suo documento ci siamo soffermati:


Il titolo

* Parlare di “modelli animali” fa subito comprendere che la conclusione sarà un’accettazione, più o meno circostanziata, della vivisezione (noi preferiamo questo termine a “sperimentazione animale” che è troppo blando!). Gli animali non possono essere “modelli” per l’uomo, né eticamente né scientificamente.


Le considerazioni preliminari

* Dalle considerazioni preliminari emerge chiaramente che questo documento è un prodotto di difesa da prese di posizione, come quelle del prof. Veronesi e dell’On. Brambilla, che potrebbero mettere “in pericolo” chi lavora e fa affari sulla pelle degli animali. (E’ innegabile che ciò sia valido sia per i vivisettori che per chi fornisce loro animali e strumenti). Noi, ovviamente, ci auguriamo che si giunga ad una cultura di rispetto degli animali e dei loro diritti di esseri viventi senzienti, senza compromessi né eccezioni: tutto ciò che oggi viene perpetrato agli animali potrebbe essere evitato, in nome di un’etica che riconosca l’uguaglianza di tutti gli esseri viventi e il loro diritto, pari al nostro, di non soffrire.


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* Noi possiamo orgogliosamente dichiarare di appartenere a quegli animalisti che Lei classifica come estremi, in quanto siamo intransigenti nei confronti di ogni ricerca che usi animali (per motivi etici e scientifici) ma anche tessuti e cellule animali per ricerche che riguardino l’uomo (per motivi scientifici, perché non è possibile estrapolare da una specie informazioni attendibili e utili per un’altra... la soluzione è la ricerca su enzimi, cellule e tessuti umani).

* Non siamo affatto d’accordo sulla citazione dei “nobili scopi morali” come giustificazione della liceità morale della ricerca con animali: ammesso che questi scopi morali esistano (cosa di cui dubitiamo sempre di più!), questi non possono affatto costituire una giustificazione. Parlando di etica, non è possibile ignorare totalmente i diritti di alcuni soggetti per raggiungere scopi utilitaristici di altri. Come ha scritto Pietro Croce nel suo fondamentale “Vivisezione o scienza: una scelta”, non avete il diritto di sacrificare nessuno, nemmeno uno, per un’ipotetica e del tutto aleatoria salute di indefinibili “altri” che verranno chissà quando.

* L’animale non è “soggetto sperimentale” né “attore dell’esperimento”, ma ne è soltanto oggetto perché evidentemente non agisce ma subisce! Dovrebbe invece essere riconosciuto soggetto di diritti e perciò non sottoposto ad alcun esperimento.

* Noi siamo contrari alla vivisezione sia per motivi etici che scientifici. La “specie umana” non può trarre benefici dalla ricerca su animali perché essa si basa su un errore metodologico: ritenere che da una specie si possano trarre informazioni utili per un’altra. Ma anche motivi etici la devono far rifiutare: è un delitto contro la Vita e una mancanza di rispetto di altri esseri viventi senzienti.


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* Prendiamo atto dell’affinamento della sua sensibilità etica, ma auspichiamo che vi sia un ulteriore passo in avanti fino al riconoscimento dell’inutilità scientifica e della crudeltà della vivisezione in toto.

* Non comprendiamo come si possa da una parte riconoscere il “pieno diritto dell’animale ad essere considerato creatura sensibile capace di sofferenza e di godimento, in alcuni casi anche di emozione sentimentale, di tristezza, di paura di gioia” e concludere di doverle il più completo rispetto e dall’altra essere vivisettori! Se è creatura sensibile e senziente (per riassumere tutti i sentimenti), come è possibile rinchiuderla in gabbia in uno stabulario, sottoporla ad esperimenti, ignorare le sue sofferenze fisiche ma anche psicologiche e continuare imperterriti nella propria attività di “ricercatori”? Sottoporre volontariamente un animale a tutto quanto avviene in un laboratorio non è proprio compatibile con il rispetto!

* Ridurre al minimo la sofferenza, quanto a qualità e quantità: nulla di più impossibile e incongruente con una considerazione etica della vivisezione. Il minimo della sofferenza significa comunque che questa c’è; inoltre, come possono esistere una qualità della sofferenza accettabile e un minimo qualitativo di essa?

* L’abuso non può essere combattuto ponendo una linea di demarcazione tra esperimenti necessari e superflui, perché può essere definito “abuso” non solo un ricorso superfluo all’animale (e per noi è sempre così!) ma anche un suo uso particolarmente crudele, per il quale qualcuno potrebbe sempre dichiarare la “necessità” in nome di un qualche scopo da raggiungere o propria convinzione da dimostrare. La realtà è che nessun esperimento con animali è necessario per motivi scientifici, anzi può essere fuorviante e pericoloso: quindi la vivisezione stessa come modus operandi è ingiustificabile.

* Se i modelli virtuali vengono applicati nella speranza che un giorno possano sostituire gli animali, questo non avverrà mai, perché l’orizzonte verrà sempre spostato un po’ più oltre, per giustificare così il mantenimento di un atteggiamento tradizionale e consolidato (ma certo non per questo valido), per non abbandonare quella che si è andata affermando come una certezza (nonostante non lo sia!). L’errore nell’approccio, in questo caso, sta nel considerare i modelli virtuali come “alternativi” alla vivisezione, mentre essi sono “sostitutivi”: potrebbe sembrare solo una questione linguistica la scelta dell’aggettivo, in realtà – come ci ha insegnato il nostro maestro Pietro Croce – ritenere qualcosa “alternativo” a qualcos’altro vuol dire non mettere in discussione il valore del metodo precedente, mentre ciò deve essere fatto con la vivisezione, anche dal solo punto di vista scientifico, perché si tratta di un metodo non predittivo, non valido e che porta a risultati che possono essere semplicemente inutili, oppure fuorvianti e come tali anche pericolosi per la salute umana. Perciò la vivisezione va riconosciuta con tali e tante implicazioni negative e sostituita con metodi che siano davvero scientifici e validi, basati ovviamente soltanto sull’uomo.

* La trasformazione socio-culturale in senso ambientalista e protezionista non riguarda in alcun modo il riconoscimento di ciascun animale come soggetto di diritti e come essere vivente senziente, scopo degli animalisti e degli anti-specisti. L’ambientalismo, con molte gradazioni e sfumature, riconosce che l’uomo deve rispettare l’ambiente in cui vive, ma come totalità, mentre il protezionismo rappresenta un approccio limitato alla “questione animale”, riconoscendo protezione agli animali soltanto come derivazione dai sentimenti umani, senza quindi fare dell’animale un soggetto portatore di diritti. Il vero rispetto passa, invece, da questa considerazione.


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* Pensare che scene come quelle descritte nel romanzo La pelle di Curzio Malaparte siano solo un ricordo è pura illusione: di animali con le corde vocali recise ce ne sono ancora parecchi nei laboratori (e non solo...) e le torture inflitte possono essere esattamente le stesse. Basta scorrere immagini e filmati animalisti e documenti anche ufficiali per rendersi conto che le cose non sono migliorate né cambiate. In più, oggi vi sono le migliaia di animali transgenici, chimerizzati, ibridi e quant’altro, di cui – ci pare – Lei non si occupa affatto nel suo documento. In questo caso, oltre alla riflessione sulla liceità della vivisezione, vi sarebbe in più quella sul diritto che l’uomo si arroga nell’intervenire anche sulla generazione di altre vite, agendo a piacimento, esercitandosi evidentemente per compiere analoghi esperimenti con l’uomo (e con gli embrioni si sta già cominciando... a dimostrazione che ciò che accade agli animali accade prima o poi anche all’uomo!). Questo ha luogo sia nei laboratori “nostrani” che in quelli di altri paesi, senza che un “dalle nostre parti” possa essere usato per distinguerci per una raggiunta civiltà in fatto di animali... purtroppo. Allontanare quello che può esserci di più brutale attribuendolo ad un altro e diverso è un escamotage che, ci pare, nasconde una traccia di riconoscimento di una superiorità culturale della dimensione in cui si vive e si opera.


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* Certamente la consonanza tra alcuni filoni filosofici e la posizione ufficiale della Chiesa cristiana non ha apportato nulla di buono all’animale, tranquillamente torturabile, utilizzabile, ammazzabile. Basti ricordare ad esempio: Padre Agostino Gemelli, fondatore della Università Cattolica e francescano che raccomandava il taglio delle corde vocali ai cani vivisezionati, perché nessuno udisse i loro guaiti; la Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione, proprietaria del centro di ricerca – laboratorio di vivisezione di Nerviano; il dottor Robert White, consigliere etico del Vaticano ed esecutore di trapianti di teste di scimmia e di ratti.

* È molto triste e moralmente sconfortante che si possa ottenere il premio Nobel con ricerche discutibili sul piano scientifico ed etico; purtroppo, questo è accaduto anche dopo Pavlov e continua ancora oggi. Lo stesso vale per la questione delle pubblicazioni, che paiono il solo metro di giudizio di un ricercatore: quante pagine su quali riviste riesce a conquistare, non gli effettivi risultati e la loro utilità, validità, applicabilità!


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* La scelta di Peter Singer come filosofo rappresentativo di una grande svolta e come padre dell’animalismo filosofico è poco adatta, perché egli, essendo un utilitarista, arriva nelle sue affermazioni a giustificare l’ingiustificabile: il possibile sacrificio di pochi (anche umani!) per il bene di molti. Molti altri filosofi e pensatori, invece, hanno sviluppato un pensiero antispecista.


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* Oltre a prendere le distanze da esperimenti crudeli e perversi perpetrati sugli animali in passato, sarebbe bene farlo anche rispetto ad analoghe situazioni che si verificano attualmente nei laboratori di vivisezione. Per fare qualche esempio: far soffocare maiali sotto la neve per studiare la reazione del corpo umano (!) alle slavine; usare animali nelle ricerche di ambito psicologico e psichiatrico; creare animali con organi in più o in meno, oppure fosforescenti; e così via.

* La neurologia ci dice anche che tutti gli esseri viventi sono capaci di provare dolore... e questo dovrebbe bastare, scientificamente ed eticamente (con riferimento anche alle conclusioni di Bentham da Lei stesso citate!). Non importa se lo fanno come noi mammiferi o diversamente.

* La definizione di “modello animale”: 1) come detto prima, questa espressione indica qualcosa di inaccettabile scientificamente ed eticamente; 2) “tentativo” di comparazione significa che gli esiti non sono certi e che comunque si giungerebbe ad un’approssimazione, il che scientificamente significa nulla!; 3) la valutazione in laboratorio, proprio per le particolari condizioni psico-fisiche e ambientali in cui si trova l’animale, non potrebbe essere applicata nemmeno ad altri individui della stessa specie che vivessero in condizioni “normali”, figuriamoci cosa ci può dire su un membro di un’altra specie che vive in modo-luogo-condizione diversi, come l’uomo! (analogamente, nemmeno un soggetto sano e uno malato umani possono sempre e comunque dare informazioni sfruttabili per l’altra categoria); 5) partire dal presupposto che ci sia una rapportabilità tra i risultati può anche condurre al riconoscimento che questo non è affatto possibile, oppure cercando un riscontro qualcosa si dovrà pur trovare e perciò si troverà?; 6) il fatto che la rapportabilità dei risultati sia “entro certi limiti” dovrebbe portare alla conclusione che l’uso di animali non possa essere di alcun aiuto alla scienza, perché al di fuori di tali limiti può sempre esserci quella differenza talmente importante da imporsi su tutto il resto ed annullare le somiglianze.

* Con riferimento ai presupposti biologici e filogenetici della rapportabilità, quando l’animale non è un mammifero, può essere considerato comunque “modello”?

* Nessuna specie animale può costituire modello sperimentale di nessun’altra specie... Le molecole del DNA differiscono, nelle diverse specie animali, per la lunghezza della catena a doppia spirale, per il numero e per la disposizione dei nucleotidi che le compongono. (Pietro Croce, cit.)

* Il ricorso al criterio della somiglianza morfofisiologica apre le porte ad un aumento dell’uso di animali geneticamente modificati, di ibridi e di chimere, per i quali il discorso etico è ancora più complesso e vi è anche la questione dell’arbitrio di intervenire a livello genetico e con mescolanze interspecifiche i cui risultati non sono prevedibili e sicuri nemmeno per gli scienziati che vi lavorano.


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* Visto che nella psicofisiologia degli animali a noi vicini sono maggiori le somiglianze che le differenze, 1) è solo una questione di quantità o anche di qualità? e 2) perché questo porta alla conclusione che gli animali siano abbastanza uguali da pensare di poterne ricavare informazioni utili all’uomo, ma anche abbastanza diversi per non riconoscere loro pieni diritti e sottoporli alla vivisezione?

* Il parlare di una indistinta anima della natura universale è ben diverso dal riconoscere una individuale anima animale...

* Non siamo convinti che possa servire a qualcosa il fatto che di tanto in tanto (!) i ricercatori avvertano un sano e santo (perché mai santo?) senso di colpa, se poi ad esso non segue un vero pentimento-ravvedimento-cambio radicale, con l’abbandono totale della vivisezione. Non può essere qualcosa che appare ogni tanto nella carriera di esperimenti in laboratorio su animali, perché altrimenti significa che non è vero, sincero e veramente apportatore di significato morale. La sofferenza è evitabile non usando animali; anche con il senso di colpa l’inutilità di esperimenti che hanno prodotto sofferenza e morte non può in alcun modo essere diminuita, come non cambia quello che gli animali hanno dovuto subire, sopportare e provare. Non avranno di certo sofferto di meno perché poi c’è stato un “pentimento”! Si verrebbe a consolidare una catena infinita: esperimenti, senso di colpa, scusante per placarlo e di nuovo esperimenti! Tanto poi ci sarebbe la scusante del senso di colpa, né permanente né mortale!

* L’uso del termine “esserino” per connotare l’animale usato in laboratorio ci pare alquanto mellifluo, un diminutivo/vezzeggiativo che vorrebbe dimostrare un affetto e una sensibilità che, invece, non possono affatto esserci in chi usa animali nei laboratori! Ci ricorda le vignette con protagonisti animali che fanno battute appese negli uffici di alcuni vivisettori che detengono animali della stessa specie nei loro stabulari e li usano per esperimenti… Si tratta di “esseri viventi senzienti”, non c’è alcun bisogno di usare alterativi, tanto più di dubbio gusto... non pietà ma giustizia è dovuta all’animale (Schopenhauer). E la giustizia è il riconoscimento di diritti, tra cui quello di non essere sottoposto a esperimenti scientificamente inutili ed eticamente inaccettabili.

* La sperimentazione inter species darebbe “risultati di qualche interesse per l’uomo”: a caso o quello ricercato? E poi, di quanto interesse? I metodi sostitutivi alla vivisezione danno sempre risultati interessanti per l’uomo, perché indagano sull’uomo per cercare risposte e rimedi per l’uomo!

* Sempre la sperimentazione inter species potrebbe contribuire a rivelare qualcosa in più delle malattie umane o delle cure ad esse destinate: come è possibile se le malattie sono umane e colui che deve essere curato è umano? Recenti studi scientifici hanno dimostrato che anche all’interno della specie uomo vi sono tali e tante variabili che è possibile che ciò che fa guarire o migliorare una persona, non faccia nulla o magari addirittura ne faccia peggiorare un’altra... figuriamoci quale applicabilità possono avere ricerche tra specie diverse!

* Modelli animali indotti: se si riproducono i sintomi ma non le cause, perché questo è quello che si ottiene con esperimenti su animali per malattie umane, cosa si arriverà a capire? L’eziologia della malattia nell’uomo no di certo, ma nemmeno nell’animale, perché una malattia indotta non sarà mai uguale a quella che si sviluppa spontaneamente, né per cause né per reazione del corpo. Inoltre, cosa si può ricavare da un animale che non svilupperebbe mai quella malattia (perché umana)?


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* L’uso di modelli animali spontanei porta a risultati talmente certi che Lei stesso parla di ipotesi sul possibile adattamento dei risultati ricavati dall’animale all’uomo... Anche perché i dati ricavati dagli animali in laboratorio variano da specie a specie, secondo i ceppi, a seconda dei laboratori (alimentazione, ambiente, addirittura il tipo di copertura usata per il fondo della gabbia!)... con tutte queste variabili, come si può arrivare a stabilire che la specie uomo (che comunque ha al suo interno tante varianti) si comporti proprio secondo i risultati ottenuti?

* Definire i test LD50 e Draize “test classici che hanno fatto la storia della ricerca sui farmaci” significa riconoscere piena validità alla vivisezione, anche a quella che si pretende di individuare come inutile, ripetitiva e così via! Questi esperimenti non hanno portato a nessun risultato significativo che non avrebbe potuto essere raggiunto con altri tipi di esperimenti e osservazioni sull’uomo... anche perché comunque con la vivisezione, vista l’assoluta assenza di predittività e di valore scientifico, la vera cavia finale è sempre l’uomo! Lo dimostrano i farmaci ritirati dal mercato, quelli segnalati per effetti collaterali diversi da quelli “previsti” con la vivisezione, quelli che hanno prodotto effetti teratogeni e cancerogeni, magari presentatisi a distanza di generazioni.

* I test in vitro citati hanno ancora un difetto che non permette loro di essere giudicati scientificamente predittivi e accettabili: si basano su tessuti animali! Si elimina la sofferenza direttamente causata dall’esperimento (perché in qualche modo, per mano dell’uomo, questi animali devono pur essere morti!), ma non si fa alcun passo avanti dal punto di vista scientifico. E questo è sempre contestabile da chi, come noi, è (anche) antivivisezionista scientifico!


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* Il fatto che nessun giurista possa regolare l’azione dell’operatore di fatto lascia aperta ogni possibilità a chi manipola animali nei laboratori. Il giurista avrebbe quindi un solo modo per tutelare davvero gli animali: abolire la vivisezione!

* Qualcuno potrebbe, invece, pensare di approfittare di questa “mancanza” dei ricercatori biomedici dando il via a corsi loro rivolti per insegnare come migliorare singoli aspetti, senza ovviamente elaborare una visione generale e senza arrivare alla proposta di abolire il tutto, perché i corsi significherebbero denari...

* Purtroppo è vero, nel mondo ci sono ancora “enormi contenitori di cultura vivisettoria”, prime fra tutte le università, però! Perché è qui che dovrebbero formarsi gli scienziati di domani, imparando quello che di più nuovo, utile e valido offre la scienza, non un metodo inutile, non predittivo e non valido scientificamente ma di tradizione antica (immeritata!) come la vivisezione. Si parla spesso del progresso della scienza e di tutto quello che in nome di essa si dovrebbe accettare, spesso escludendo addirittura ogni senso critico e ogni timore, ma allora perché non viene abbandonata la vivisezione? È da secoli che grandi scienziati all’avanguardia (loro per davvero) hanno riconosciuto tutti i grandi difetti di questo metodo...

* L’idea della morte finale dell’animale usato nell’esperimento di vivisezione come “sacrificio” è assolutamente orribile e dovrebbe esserlo per chiunque riconosce l’animale come essere vivente senziente – o pretende di farlo. Solo un sacrificio che sia prodotto di un atto volontario può essere riconosciuto di qualche valore, mentre il sacrificio operato ai danni altrui non può avere affatto questa connotazione, come non l’avevano i sacrifici umani o animali alle divinità.

* Il fatto che l’attenzione del mondo animalista abbia fatto in genere migliorare le condizioni degli animali non è sufficiente, perché non cambia l’errore per il quale accade nei laboratori tutto quanto accade, la sua inutilità e anche la sua inaccettabilità etica.


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* La vivisezione non è imprescindibile per lo studio di farmaci, tumori e malattie: anche in questi ambiti di applicazione, valgono le considerazioni generali sulla sua fallacità e mancanza di predittività.

* Se le multinazionali del farmaco perdessero davvero tempo e denaro, essendo una potente lobby, troverebbero certo il modo per far cambiare le leggi a proprio favore, come invece riescono a fare quando la proposta è quella di abolire la vivisezione o rendere la legislazione in materia molto più restrittiva. E comunque, la legislazione ammette i metodi sostitutivi: perché non vengono incrementati, sviluppati e utilizzati quelli?

* Anche i laboratori privati specializzati e i fornitori di animali sono lobbies abbastanza potenti e perciò riescono a mantenere in piedi la vivisezione. E comunque, se non ci fossero i fornitori di animali, in assenza della proibizione di esperimenti di vivisezione ci sarebbero comunque animali nei laboratori: animali senza padrone e randagi, ad esempio, come già accade.

* Sui vaccini si potrebbe aprire una discussione a parte, viste le informazioni che per fortuna cominciano a circolare con sempre maggiore facilità sulla loro pericolosità e sui gravi effetti collaterali che possono avere. Anche ammesso che abbiano salvato molte vite umane (sempre che questo non sia dovuto ad altre cause, con una coincidenza di tempi soltanto casuale), sono innegabili i pericoli che derivano dalle sostanze che vi vengono aggiunte e dal forte potere di attacco al corpo umano di cui sono portatori, pericoloso in particolar modo per i neonati e i bambini.

* Non condividiamo la riflessione sul sacrificio di centinaia di migliaia di animali: essi non potranno mai illuminare alcuna strada, se non quella dell’errore e di risultati fuorvianti, e comunque con la lugubre luce dell’insensibilità e dell’inutilità; il loro sarà un “sacrificio” nel senso di inutile spreco di vite, non certo come valore positivo; la considerazione di un animale come un “laboratorio vivente” non è affatto accettabile eticamente, perché avvicina l’animale ad un oggetto che può essere analizzato, sezionato, indagato come se fosse corpo inerme. E qui si torna a Cartesio! Non si può più procrastinare la rinuncia ad un metodo fuorviante e inutile come la vivisezione, che non potrà mai illuminare alcunché.

* Ci manca solo la proposta di un monumento per gli animali “sacrificati per il progresso”...! Come se loro, nelle loro menti e nelle loro anime (è di questo che si occupa la psicologia animale, no?), potessero mai arrivare a concepire di essere stati allevati, rinchiusi, torturati, usati, ammazzati per un qualche motivo plausibile. Non potrebbe mai farlo nemmeno un uomo.

* Se si ritiene che i modelli in silico (tra l’altro, questi rappresentano solo una parte dei metodi sostitutivi della vivisezione) non siano possibili perché non si conosce la realtà, non lo potranno mai essere se si continuano ad utilizzare animali: la realtà che si dovrebbe conoscere, rappresentare e riprodurre è quella umana e mai la si conoscerà indagando quella degli animali! La realtà umana può, invece, essere riprodotta e possono esserne studiate risposte e soluzioni con altri metodi: tossicogenomica, studi con cellule e tessuti (umani, ovviamente!) e con enzimi.


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* La giustificazione addotta per smontare la critica al Talidomide è assurda: questa come altre vicende dimostrano che la vera cavia è l’uomo perché i vivisettori pretesero di dimostrare, di trovare l’evidenza della teratogenicità del farmaco solo dopo aver saputo cosa cercare perché si era già consumata la tragedia tra le persone. Inoltre, è certo che il risultato si è avuto perché lo si è cercato, scegliendo appositamente un diverso “modello animale” (il che significa che questi non sono tutti uguali e che possono fallire... già, ma come capirlo prima?). Come scrive Hans Ruesch in “Venditori di malanni e fabbricanti di focomelie” (1977), mentre il processo penale [alla Chemie Grünenthal, produttrice del farmaco] era in corso, i ricercatori di vari laboratori avevano ricominciato ad accanirsi sugli animali, pompando dosi sempre più massicce di Talidomide in cani, gatti, topi, ratti, cavie, e 150 specie e sottospecie diverse di conigli, decisi ad ottenere un risultato positivo: ma invano. Fu solo quando si giunse al coniglio bianco neozelandese che si ottennero finalmente alcuni coniglietti focomelici, dopo anni di prove in vari paesi e centinaia di migliaia di animali impiegati; e in seguito si ottennero anche alcune scimmie deformi. E comunque, alla fine la casa farmaceutica venne assolta! Perché con la vivisezione si può ottenere tutto, a seconda delle scelte che si fanno, essendoci ampia variabilità nel comportamento e nelle risposte degli organismi animali.

* Quanto alla conclusione che la sperimentazione preclinica su animali sia ancora insostituibile, se si parte da un’ipotesi sull’effetto delle molecole, con l’ampia gamma di variabili che possono essere introdotte nell’esperimento, come esseri sicuri che non si cerchi semplicemente conferma delle proprie ipotesi? Tanto nessuna risposta dell’animale è prevedibilmente applicabile all’uomo... Qui si apre lo spazio per speculazioni: a seconda della risposta che si vuole ottenere, si scelgono i test da fare e gli animali da usare e si avrà il risultato desiderato! Per esempio, il cloroformio è dannoso per cani, gatti e conigli, l’insulina produce malformazioni nelle galline, nei conigli e nei topi… nulla di ciò nell’uomo!


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* Se anche la circolare n. 15 del 18 febbraio 1974 ha introdotto una differenza tra i termini “vivisezione” e “sperimentazione”, essa non ha mutato affatto l’essenza della questione della liceità dell’uso di animali nei laboratori. Ha solo introdotto una differenziazione linguistica che non ha nemmeno impedito la continuazione imperterrita della vivisezione intesa in senso stretto. E comunque, in molti dizionari, il termine vivisezione viene utilizzato come sinonimo di sperimentazione animale in qualsiasi caso, anche qualora non ci sia vero e proprio sezionamento dell’animale.

* La mutilazione chirurgica porta con sé anche dolore e trauma al risveglio dell’animale, come accade alla persona che sia sottoposta ad intervento chirurgico seppure sotto anestesia! Inoltre, se questa è tipica della vivisezione intesa in senso stretto alla luce della circolare del ’74, significa che comunque la maggior parte degli esperimenti ancora oggi eseguita nei laboratori è proprio vivisezione! E assimilabili alla mutilazione chirurgica possono essere considerati tutti quegli interventi che producono vistose modificazioni del corpo degli animali, come in quelli utilizzati per ricerche nel campo degli xenotrapianti e in quelli geneticamente modificati. Due dei nuovi ‘filoni’ della ricerca, ossia della vivisezione.

* Non viene da Lei citato esplicitamente il riferimento alla legge sull’obiezione di coscienza, mancando numero e anno: è la Legge 413 del 1993.

* Le nostre riserve sull’attuale legge sulla vivisezione sono tante; la nostra convinzione fondamentale è comunque che più che regolamentata, la vivisezione andrebbe semplicemente abolita, almeno per una considerazione di ragione scientifica se non anche etica. Purtroppo, le proposte di revisione della stessa maggiormente accreditate negli ultimi anni, e riproposte ad ogni inizio di legislatura, sono addirittura peggiorative per gli animali!


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* Il parere della giurista Stefania Menicali purtroppo è per noi soltanto una conferma del fatto che il potere cogente della legge sia molto basso, facendo spesso dei margini di intervento (peraltro già minimi) l’occasione per non controllare e non imporre soluzioni diverse da quelle che gli istituti si sono scelti.

* La questione non dovrebbe tanto essere quella della mancanza di comitati etici e organismi simili che decidano in fatto di uso di animali, quanto quella del reale potere che questi avrebbero e del rischio che essi diventino solo ulteriori posti di potere cui qualcuno potrebbe bramare, senza avere il minimo interesse a far applicare seriamente la legge. Anche per un possibile conflitto di interessi e per giochi di potere, sempre possibili.


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* I ricercatori sanno benissimo quale sia la legge in materia di vivisezione; a dover essere informati sulla vivisezione devono essere semmai l’opinione pubblica e i giovani che vogliono intraprendere studi universitari di carattere scientifico, cui nessuno mai dice che esiste la legge sull’obiezione di coscienza e che vengono poco o nulla informati sui metodi sostitutivi della vivisezione.

* Più che controlli, coordinamento e quant’altro, una sola cosa servirebbe davvero e sarebbe davvero utile: l’abolizione della vivisezione!


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* L’immagine di una frase da appendere alla porta dei laboratori ci fa sinceramente venire i brividi, per quanto possa essere un monito alla considerazione della sofferenza animale. Perché nei laboratori questa non ci sarebbe, se si rinunciasse alla vivisezione!



In più,

* A proposito della citazione di Bentham ci pare opportuno ricordare l’intero brano che contiene i famosi quesiti:

I francesi hanno già scoperto che il colore nero della pelle non è un motivo per cui un essere umano debba essere irrimediabilmente abbandonato ai capricci di un torturatore. Si potrà un giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità della pelle o la terminazione dell’osso sacro sono motivi ugualmente insufficienti per abbandonare un essere sensibile allo stesso destino! Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali, e più comunicativi, di un bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese. Ma anche ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe? Il problema non è: “Possono ragionare?”, né “Possono parlare?”, ma: “Possono soffrire?”.

Di certo, il filosofo è arrivato a riconoscere l’uguale diritto di tutti gli esseri viventi a non essere torturati e fatti soffrire, molto più profondamente di chi, psicologo o ricercatore, trova giustificazioni all’uso degli animali nella ricerca, pretendendo di riconoscerne i diritti!



La posizione della nostra associazione nei confronti della vivisezione è chiara, per ragioni etiche e scientifiche: questo metodo va abolito!



Cordiali saluti



Amministratore del sito www.unacremona.it

e Responsabile della Comunicazione

dell’Associazione UNA Cremona (Uomo-Natura-Animali)

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