feste e palii

 

L'associazione Proequo

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- Gli ultimi editoriali di Carlo Faillace


Tratto da www.proequo.it

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Chi siamo

La Proequo è una associazione di volontariato per la protezione del cavallo. E' nostro obiettivo l'intervento contro ogni forma di violenza su tutti gli esseri viventi e, in maniera specifica, contro le violenze, gli sfruttamenti e gli abusi ai quali vengono sottoposti i cavalli nelle varie attività nelle quali l'uomo li impegna.

Non siamo drasticamente contrari all'uso del cavallo nello sport e nel tempo libero dell'uomo, a condizione che questo uso sia corretto e che gli Enti, le Associazioni e le Federazioni sportive abbiano e applichino delle regole molto severe a salvaguardia del benessere del cavallo in conformità con i principi del Brambell Report.

Ciò vale anche per le tradizioni popolari che prevedono eventi con uso di cavalli. Esse sono accettabili solo se non restano attaccate a un passato incivile e violento, ma si svolgono nel massimo rispetto dell'animale e si adeguano alla nuova sensibilità che si sta sviluppando nei riguardi degli animali e non la offendono.

Collaboriamo attivamente con l'ILPH (International League for the Protection of Horses) e con la DVSP (Deutscher Vereinigung zum Schutz des Pferdes) per quanto riguarda il problema del trasporto di cavalli vivi destinati al mattatoio, provenienti dai paesi dell'Europa dell'est.

 

Cosa facciamo nel mondo

Trasporto cavalli da carne dall'Europa orientale
Situata al centro dell'Europa, l'Ungheria è un corridoio di transito per il traffico di cavalli vivi. Quest'anno stiamo collaborando con il Ministero dell'Agricoltura ungherese sia a Budapest che a Redics, una stazione di foraggiamento ed abbeveramento al confine tra Ungheria e Slovenia.Secondo le attuali leggi ungheresi il personale di frontiera a Redics non ha il potere legale di fermare gli autocarri che arrivano con cavalli caduti per collasso. Tutto quello che gli autisti devono fare è scaricare gli animali, farli rialzare, ricaricarli e passare la frontiera.

I cavalli cadono per collasso dovuto a spossatezza e scaricarli è problematico. Per dare un aiuto pratico si stanno fornendo macchinari per il sollevamento progettati appositamente per rimettere in piedi i cavalli per evitare che si cerchi di alzarli tirandoli per la coda o per le orecchie o prendendoli a calci e a bastonate.

Il nostro scopo è quello di rendere sopportabile ciò che è insopportabile, fino a quando questo traffico durerà e non v'è dubbio che, almeno per il momento, durerà ancora. La Commissione Europea ha insistito che è necessaria la prova scientifica prima che vengano introdotte norme legislative per migliorare le condizioni di animali trasportati vivi. Noi, però, vediamo questi come problemi pratici e non scientifici, con soluzioni pratiche e non scientifiche.Stiamo lavorando anche in altri settori nell' Europa orientale:

  1. nella progettazione di autocarri più adatti e confortevoli per il trasporto dei cavalli;
  2. cercando di mettere in contatto gli importatori italiani con i fornitori di carne refrigerata anziché di animali vivi, come in Romania, dove si incoraggia l'allestimento di mattatoi conformi alle direttive della Comunità Europea;
  3. mettendo in risalto che malattie infettive vengono regolarmente trasportate nella Comunità Europea dagli importatori italiani, che contravvengono alle leggi sia dei paesi dell'Europa orientale che della CEE.

E' anche nostro compito quello di richiamare l'attenzione dei governi dell'Europa orientale sugli aspetti economici di questo traffico: perdita di entrate, perdita di occupazione e perdita di sottoprodotti.

Riteniamo che nell'arco di cinque anni potremo mettere fine al trasporto su lunghe distanze di animali vivi destinati al mattatoio.

Collaboriamo con l'associazione magistrati AVIPO per sviluppare una maggiore sensibilizzazione del mondo giuridico nei confronti della sofferenza degli animali e una più attenta e severa applicazione della norma del Codice Penale.


Gli ultimi editoriali di Carlo Faillace


Editoriale del 20-01-2004

Per favore, togliete i ferri ai cavalli
di Carlo Faillace

Per oltre mille anni l'attuale pratica di ferrare i cavalli è stata seguita senza che la gente si rendesse conto che in essa potesse esservi qualcosa di sbagliato e di dannoso, anche se correttamente eseguita. Sebbene incidenti e inequivocabili manifestazioni di sofferenza l'accompagnassero di continuo e fossero ben visibili agli occhi di chiunque, nessuno volle correre il rischio di riflettere su un argomento che appariva così astruso. Se qualcuno si azzardava a farlo si esponeva a dissenso e insolenze. I danni che da essa derivano sono sempre stati ignorati o negati e si è cercato di vincerli in ogni modo tranne che in quello giusto e naturale: quello, cioè, di rimuovere la causa. La quale causa è stata ugualmente incompresa sia dai più semplici che dai più istruiti. (Clark, Bracy: Podophtora. Demonstration of a Pernicious Defect in the Principle of the Common shoe. Royal Veterinary College Library, London, 1829, p.2).

Così scriveva nel 1829 il dottor Bracy Clark, considerato come una delle maggiori autorità di tutti i tempi nel campo della cura del piede del cavallo (vedi ciò che scrive di lui il dottor Doug Butler, una colonna della scienza veterinaria moderna, nella sua opera Principles of Horseshoing), il primo che abbia osato contestare una usanza deleteria per il cavallo originatasi nell'Alto Medioevo e perpetratasi poi come moda senza che nessuno si chiedesse il perché della sua adozione.
I ferri compaiono in Europa tra il IX e il X secolo e vengono adottati con grande lentezza, a differenza di altre invenzioni introdotte dall'estremo oriente come le stanghe e il pettorale per la trazione, che rivelano grandi vantaggi. Veniva ferrato solo il cavallo usato in battaglia. Alcune miniature del tempo e anche posteriori mostrano gli zoccoli dei cavalli con punte di chiodi che sporgono di vari centimetri dalla muraglia. Ciò prova, secondo la ipotesi più accreditata, che il piede del cavallo veniva usato come arma, per creare danno maggiore tra le fanterie nemiche. Va ricordato che siamo nel periodo nel quale la cavalleria diventa elemento risolutivo sul campo di battaglia. Periodo che dura fino al 1350 (Crécy). Il ferro, applicato sotto il piede serve da supporto ai chiodi (dapprima tre per ramo) e per eliminare la sporgenza della testa dei chiodi fornendo una superficie piana che ne evitasse, sotto il piede, il fastidio e gli inconvenienti che ne potevano derivare.

Tanto sono vere le considerazioni del dott. Bracy che ancora oggi, se qualche mente più illuminata mette in questione questa pratica assurda e inutile deve farlo con grande coraggio, perché si espone a dissenso e insolenze (quanta ignoranza è quella che v'offende). Fortunatamente per i cavalli, però, negli ultimi decenni è andato crescendo l'interesse per la questione dell'utilità o meno della ferratura. I risultati sono che non c'è supporto scientifico alcuno per dimostrare che la ferratura sia utile, ma piuttosto è schiacciante la prova scientifica che ne dimostra la dannosità.
Gli ostacoli e le resistenze a sferrare il cavallo sono principalmente due: interessi economici e la mentalità della gente.

Se si considera che nei soli Stati Uniti i proprietari di cavalli spendono più di 2 miliardi di dollari all'anno per curare i piedi dei loro animali (American Farrier Journal) è lecito chiedersi se quei veterinari e quei maniscalchi che si oppongono all'idea del cavallo sferrato lo facciano solo per proteggere certi loro interessi economici. Dato, però, che viviamo in un mondo idealistico e disnteressato, forse sarebbe meglio ritenere che questo atteggiamento sia dovuto a scarsità di conoscenze, oltre alla mancanza di supporto scientifico.
La mentalità della gente, tendenzialmente conservatrice, prende per scontato che un cavallo debba essere ferrato, perché, pensa, si è sempre fatto così ed è soggetta alla logica del maniscalco, che si fonda sull'esperienza comune e spicciola della ferratura. Quando, infatti, si tolgono i ferri al cavallo per il periodico pareggio e per la nuova ferratura o rimessa, cioè tra una ferratura e l'altra, l'unghia del piede appare di solito umida, relativamente morbida e piuttosto sensibile. Se si facesse camminare il cavallo appena sferrato su di una imbrecciata o su un terreno sassoso e duro, si assisterebbe allo spettacolo pietoso di un animale che si muove sofferente e incerto. Maniscalco e proprietario concluderebbero che lasciandolo in quello stato e sottoponendolo a lavoro i suoi piedi si rovinerebbero del tutto.

Solo una piccola percentuale di maniscalchi ammetterebbe che la debolezza e la sensibilità del piede sono il risultato della ferratura e che rinunciando a questa si permetterebbe alla natura di ricostruire un'unghia dura, solida e resistente, che non avrebbe alcuna necessità del ferro. I piedi deboli del cavallo non sono una caratteristica congenita: sono una conseguenza della ferratura e della limitazione dello spazio naturale.
E' ovvio che se il cavallo non viene mai ferrato il problema non esiste.
Paradossalmente i ferri vengono messi con l'intenzione di fare un bene, non un male, al nostro cavallo.
Ecco, però, cosa succede:

In questa foto: lamine di un piede sano non ferrato
In questa foto: danni alle lamine causati dalla ferratura. Le linee scure mostrano l'infiammazione

L'argomento è interessante e rivoluzionario. In questi ultimi decenni va crescendo il concetto del cavallo sferrato e si sta rapidamente diffondendo in tutto il mondo. Si tengono convegni presso le università come quello recente presso la Tuft University di Boston e quello del novembre scorso presso la clinica ortopedica per equini della Dott.ssa Strasser a Tuebingen, Stoccarda. In Canada, negli Stati Uniti, in Australia, in Nuova Zelanda, in Germania, e nel Regno Unito cresce il numero di cavalli adoperati sferrati in tutte le discipline e quello degli specialisti del piede, che eseguono ed insegnano il corretto pareggio per il cavallo sferrato. Anche in Italia la pratica si va diffondendo. Un esempio è quello del Centro Ippico Happy Stables a Palermo, dove i cavalli sono stati sferrati da oltre un anno e partecipano a tutti gli eventi sportivi, dalle categorie C5 di Salto Ostacoli al Dressage alle passeggiate. L'esempio è seguito anche in Piemonte e in altre regioni con grande soddisfazione e crescente entusiasmo. E' appena sorta, infatti, l'associazione che riunisce i coraggiosi fautori del cavallo sferrato: la Barefoot Horse Italia (Il termine inglese Barefoot , "scalzo", è quello internazionalmente adottato).
Chi desidera approfondire l'argomento può leggere quanto pubblicato su questo sito (titolo: La ferratura: un male) e andare a visitare i seguenti siti specifici:

http://www.barefoothorse.com/ Forse il miglior sito sull'argomento
http://www.naturalhorsetrim.com/ altro sito veramente ottimo
http://www.tribeequus.com/index.html Sito molto buono soprattutto per i riferimenti ad altri siti e per l'iconografia
http://annalar16.tripod.com/aboutbarefootedhorses/index.html
http://www.ibem.org.uk/
http://www.barehoof.com/
http://www.horseshoes.com/supplies/alphabet/equilox/pages/hoofarmor.htm
http://homepages.paradise.net.nz/~componic/
http://www.hoofcare.com/index.html
http://www.strasserhoofcare.com
http://www.naturalhoof.co.nz/index.html
http://www.alltel.net/~star
http://www.hoofdoctor.co.uk
http://www.thehorseshoof.com
http://www.thenakedhoof.com.au
http://www.hoofnitnaturally.uni.cc

Appena sarà stato allestito, troverete tra i links della Proequo l'indirizzo del sito della Barefoot Italia

C.F.

Per saperne di più: http://www.proequo.it/newfiles/editoriali.html

 

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Editoriale del 14-10-2003

Fantasticheria (ma non tanto) su salvataggi dal macello e adozioni

Più volte ho espresso la mia opinione riguardo ai cosiddetti "salvataggi" di cavalli dal macello attraverso "collette" e alle "adozioni" a distanza, manifestando il modus agendi e la filosofia della Proequo. Mentre, nell'ambito del vero mondo equestre certe considerazioni sono ovvie e, come si dice, sfondano una porta aperta, succede, tuttavia, che altrove, in ambienti improvvisati ai margini dell'equitazione e delle attività equestri, persistono comportamenti sui quali conviene fare riflettere.

Viviamo in un Paese che consuma per uso umano la carne di cavallo, come quella di maiale o di agnello o di pollame. Nella sola città di Roma vengono macellati circa cento cavalli a settimana. In Italia subiscono questa sorte circa duecentomila cavalli all'anno. Se non mutano consuetudini, usi e gusti della popolazione, questa abitudine è destinata a permanere e ogni polemica è sterile, inutile e strumentale. In linea con il pensiero dell'ILPH (Lega Internazionale per la Protezione del Cavallo), più volte espresso dalla sua Presidentessa, S.A.R. la Principessa Anna d'Inghilterra, anche la Proequo si astiene dal condannare chi fa uso di carne di cavallo per scopo nutrizionale. E' un problema che riguarda l'etica dell'individuo e non sta a noi criticare. Mettersi a "salvare" tutti i cavalli che vanno al macello rappresenta, in queste condizioni, un'impresa insensata.

E' certamente encomiabile il gesto di un singolo che evita a un cavallo di essere macellato, purchè gli assicuri una vita che ne garantisce il benessere, senza sfruttamenti. Da', invece, adito al dubbio la richiesta di denaro per "salvare" non un solo cavallo come fatto sporadico, ma addirittura l'organizzazione di "collette", a ruota o come attività, per "salvare" vari cavalli destinati alla macellazione o presunti tali e poi per mantenerli.

Il tarlo del dubbio
I "salvataggi" sono convenienti ai commercianti di cavalli, i quali perseguono lo scopo legittimo di realizzare il maggior profitto. Essi, infatti, per far leva sui sentimentalismi, hanno sempre a disposizione una cavalla con puledro che devono essere macellati, oppure fanno sapere a chi è facilmente emotivo, di avere un cavallo destinato a prossima macellazione, se non prontamente acquistato. Ciò significa che se il cavallo ha un valore commerciale, come carne, di cinquecento euro, può, se venduto altrove, diventare fonte di un guadagno maggiore. Il commerciante, infatti, facendo un affare legittimo, può chiederne tranquillamente ottocento e ottenerle da chi giustamente si commuove. Su tutto questo non c'è nulla da dire se si tratta di singoli individui, che, potendoselo permettere, con un bel gesto generoso, tirano fuori i soldi dalle proprie tasche e nulla si può rimproverare al commerciante che fa i propri interessi. Sicuramente ci sarà chi agisce in buona fede; sugli "acquisti" organizzati, però, molti sono i dubbi che possono nascere.

Traendo, infatti, vantaggio dalla pubblicizzazione resa oggi possibile da Internet, gli organizzatori della colletta potrebbero facilmente far leva sui sentimentalismi di tanti con le solite storie strappalacrime e mettere insieme una cifra notevole, ben superiore a quella richiesta dal venditore. E' lecito, quindi, chiedersi: Pagato il commerciante, il denaro restante dove finisce? Non è neppure poco realistica l'ipotesi che tra venditore e "acquirente" si crei un accordo del tipo: "Tu mi fai guadagnare qualcosa in più del valore dell'animale e il resto te lo metti in tasca". Così a guadagnare sono entrambi e, agendo in modo continuativo, si può organizzare una bella attività. Se, poi, si fa ricorso al sistema dell'adozione a distanza, è possibile creare un'altra fonte di guadagno. Facilmente, infatti, si può raggiungere la cifra necessaria al costo di mantenimento di un cavallo: basta che una decina di persone mandino 10 euro ciascuno per superare abbondantemente i 65/70 euro mensili, che sono il costo di quanto un cavallo "scuderizzato" consuma.[i] Non finiscequi, però. I cavalli "salvati" potrebbero essere messi al lavoro, potrebbero, cioè, essere sfruttati in passeggiate e pseudo-istruzioni condotte, oltretutto, da chi non ha titolo e quindi non da istruttori federali. Gli utenti o clienti dovrebbero, ovviamente, pagare il servizio del quale usufruiscono o con una quota stabilita o con mascheramenti tipo "donazioni". Si crea, comunque, un'altra fonte di entrate. Si può, in fine, anche ipotizzare che se l'attività fosse priva di strutture, con piagnistei ben concertati, sarebbe possibile racimolare le somme necessarie a costruirle. Così, senza investimento di capitali e senza rischio, si creerebbe una attività equestre redditizia, mascherata da opera pia, al contrario di chi onestamente opera nell'attività equestre, sia per passione sia per legittimo lucro, che deve investire, a proprio rischio, capitali per costituire il parco cavalli, investire nelle strutture, affrontare i costi di mantenimento e quelli del personale addetto.

L'esempio
Internet, purtroppo, è un coro dove cantano tutti: intonati, stonati e senza voce. Bisogna aprire gli occhi e, soprattutto, accertarsi.
Recentemente mi era stato segnalato un sito web che si auto-descriveva come un centro equestre non a cinque, ma addiritura a sette stelle. Sale parto, assistenza veterinaria permanente, club house, sale riunioni e conferenze, ambulatorio plurispecialistico, zona solarium, ampi box, paddocks, insomma ce n'era da far impallidire un bel centro come l'Olgiata o quello di Bagnaia o quello di Bolgheri dai cipressi alti e schietti. La segnalazione, però, non era stata fatta per dare risalto a un paradiso equestre, bensì per avvertire che il sito era menzognero e pubblicizzava una struttura non corrispondente a quanto veniva dichiarato. Il fatto grave stava nel fatto che, con una pubblicità ingannevole, si chiedevano contributi in denaro per i soliti salvataggi di cavalli dalle mani di feroci commercianti e per la loro adozione. Gravissimo, poi, mi si diceva, che sulle pagine del sito in questione comparissero i marchi distintivi e riferimenti di una grande associazione. Per non sapere né leggere né scrivere, a scanso di equivoci, sono andato a vedere il sito web e me lo sono tutto stampato, per leggerlo e considerarlo con calma e tempo e conservarlo. Le segnalazioni, peraltro, mi informavano che nella suddetta struttura i cavalli non erano tenuti in maniera decente. Per farla breve, poiché mi fido solo dei miei occhi e delle mie orecchie, a mie spese sono partito per andare a vedere e a investigare.
Dalle informazioni prese sui "gestori" della struttura è uscito un bel quadro. Un rappresentante delle Forze dell'Ordine ha detto che non si trattava di pregiudicati o di veri e propri delinquenti, ma di lestofanti. Nella zona, infatti, molti sono quelli che sono rimasti bruciati da costoro. Insomma, chiedendo di qua e di là, è venuto fuori che sono, come si dice a Roma, dei "sola". Sono, poi, venuto a sapere, con testimonianza diretta, che "lor signori", in precedenza, avevano portato dei cavalli in una struttura ippica dove li avevano abbandonati per mesi, nonostante gli animali avessero bisogno di cure e di medicinali, senza farsi vivi e, naturalmente, senza pagare la pensione. I proprietari della scuderia se ne son dovuti far carico e hanno faticato non poco per contattare questi "amanti degli animali", che si facevano regolarmente negare, e costringerli, in fine, a portar via i cavalli. Testimonianze dirette mi hanno altresì confermato che costoro non sono gente di cavalli ( persino incapaci di mettere una capezza se un cavallo si muove un po'), non sono mai stati visti montare un cavallo, ma sono stati visti far salire i cavalli sul van prendendoli a bastonate. Si presentavano, inoltre, come i responsabili per la regione di una grande associazione. Quando i cavalli sono rimasti abbandonati, una cliente del centro, che è socia della grande associazione, ha scritto alla sede denunciando il fatto, ma non ha mai avuto risposta.
Sono andato a vedere la struttura tanto ben presentata in Internet. Avendo capito con chi avevo a che fare, mi sono fatto accompagnare da un testimone.
Lo "Sheraton" per cavalli era, in realtà, un immobile in stato di abbandono e di degrado cosparso di detriti e calcinacci, non destinato ad accogliere cavalli, nel quale nulla esisteva di quanto pubblicizzato sul sito web. Neppure un box per cavalli e invece che in "ampi paddocks" le povere bestie stavano raggruppate in una sorta di campo-cortile dove abbondavano macerie e lamiere, senza riparo dal sole e dalle intemperie. Insomma, ho visto una bidonville per cavalli gestita da bidonisti. Se invece che in Italia quella situazione si fosse verificata in un Paese più sensibile nei confronti dei cavalli e dove è in vigore e viene applicato il Codice degli Standards e dei Requisiti Minimi per il Benessere del Cavallo [ii], i gestori sarebbero stati arrestati e denunciati e gli animali sequestrati, poiché in quel luogo i requisiti minimi non esistono. Traspaiono chiaramente, invece, gli elementi dell'inganno che caratterizzano la frode per eccellenza: "Chi con artifizi e raggiri, inducendo taluno in errore."… ma questo è compito del magistrato.
Il personaggio che mi illustrava luogo e attività aveva la duplice caratteristica dell'imbroglione, che si presenta dapprima con il piagnucolio del mendicante, mirando a commuovere, per poi erompere prontamente con la volgarità del rozzo se lo si scopre cogliendolo nella menzogna.
Su due cose, in fine, bisogna stare in guardia quando si incontrano individui e situazioni di questo genere. La prima è la possibilità del ricatto, che costoro potrebbero esercitare sui "benefattori-contribuenti" qualora venissero a mancare i presupposti economici: noi molliamo, che fate coi cavalli? La seconda è il fatto che o per vergogna o per qualche sindrome psicologica i gabbati potrebbero essere portati a giustificare, dando così l'impressione di essere complici.

Conclusione
Non per stupido vanto, ma per offrire un esempio che possa servire come termine di paragone e abbia carattere informativo per chi nulla sa del mondo equestre, sono costretto a scrivere del lavoro della Proequo, discreto e silenzioso. E' tra i nostri compiti quello di recuperare cavalli dismessi o resi inutili da patologie o da abusi di vario genere o giunti a fine carriera. Per quanto è possibile ci occupiamo del rehoming, cioè di trovare una nuova casa per cavalli che i proprietari non possono più tenere. Una nuova casa che può essere solo presso qualcuno da noi conosciuto e selezionato, che terrà il cavallo come un animale di affezione e se ne farà carico, pur restando il cavallo di nostra proprietà, per poter esercitare un'azione di controllo ed eventualmente riprenderlo se non viene trattato secondo i canoni degli standard del benessere del cavallo e affinchè non possa mai essere venduto. Cavalli che hanno bisogno di cure particolari restano, in genere, qui per sempre. Ne abbiamo che sono arrivati in condizioni tali da non poter più camminare e ora corrono, saltano e sgroppano felici, totalmente recuperati e restituiti a una vita normale. Non sfruttiamo i cavalli facendoli lavorare per "autofinanziarsi". Non svolgiamo alcuna attività remunerativa a scapito degli animali. I cavalli qui da noi vivono senza essere molestati; ginnasticati ovviamente perché il cavallo, anche se anziano, deve essere esercitato, oltre che poter godere della propria libertà in compagnia dei suoi simili. Non chiediamo soldi, non organizziamo collette, non strombazziamo ai quattro venti ogni volta che recuperiamo un cavallo. Non "salviamo" cavalli comperandolidai commercianti perché non ce n'è bisogno: a noi giungono i cavalli destinati alla macellazione grazie all'opera di convincimento dei veterinari, che persuadono i proprietari a portarli qui, rinunciando a un guadagno e salvando loro la vita. Non sfruttiamo in vario modo questa attività per ricavarne utili, ma, al contrario, con il nostro lavoro di volontariato adoperiamo la nostra proprietà e le nostre rendite e i nostri introiti personali per mantenere la struttura e l'attività. La Proequo non sfrutta la sofferenza degli animali a proprio vantaggio. Non siamo dei burocrati dell'animalismo, ma gente che si tira su le maniche e lavora sul campo con professionalità e cognizione di causa. Non siamo in antagonismo con strutture ippiche regolari e riconosciute, ma, anzi, spesso collaboriamo con esse per il benessere del cavallo. A molte di loro va dato credito perchè mantengono cavalli dismessi senza ricavarne utile. Ci sono, poi, persone degne di nota e di lode come Maria Grazia Barbieri, Ebe Dalle Fabbriche e altri che trovano gratuitamente sistemazioni per i cavalli. .
E' con grande scetticismo che io guardo chi dice di fare il bene…con i soldi degli altri. Specialmente in un Paese con tanti furbi e tantissimi grulli, che non aspettano altro che di essere gabbati.

CF



[i] La cifra si riferisce a chi come noi svolge una attività che non è lucrativa e non tiene conto di ammortamento di capitali né di costi di manodopera, dato che il nostro è un lavoro di volontariato. I nostri approvvigionamenti di fieno e cereali, inoltre, provengono dal luogo di produzione e non dalla vendita al dettaglio. [inizio pagina]

[ii] Il Codice di Raccomandazioni e Standard Minimi per il Benessere del Cavallo per l'Italia è stato da me redatto e consegnato sia al ministero delle Politiche Agrarie che a quello della Sanità. E' stato approvato dalla SIVE (società Italiana Veterinari per Equini) e dall' ASVeP (Associazione Culturale Veterinaria di Salute Pubblica). E' stato da me presentato all'UNIRE in occasione del 70° anniversario dell'Ente. Dovrebbe ben presto essere in vigore. In tal modo, chi o per ignoranza o per connivenza si copre gli occhi con prosciutto o cetrioli dinanzi a casi come quello descritto sarà costretto a intervenire.
La Sezione IV del Codice descrive gli standards minimi per le scuderie. [inizio pagina]


Per saperne di più: http://www.proequo.it/newfiles/editoriali.html

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