Copyright 2001 Carlo Faillace - tutti i diritti riservati.
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dell'autore.
Chi siamo
La
Proequo è una associazione di volontariato per la protezione
del cavallo. E' nostro obiettivo l'intervento contro ogni
forma di violenza su tutti gli esseri viventi e, in maniera
specifica, contro le violenze, gli sfruttamenti e gli abusi
ai quali vengono sottoposti i cavalli nelle varie attività
nelle quali l'uomo li impegna.
Non
siamo drasticamente contrari all'uso del cavallo nello sport
e nel tempo libero dell'uomo, a condizione che questo uso
sia corretto e che gli Enti, le Associazioni e le Federazioni
sportive abbiano e applichino delle regole molto severe a
salvaguardia del benessere del cavallo in conformità
con i principi del Brambell Report.
Ciò vale anche per le tradizioni popolari che prevedono
eventi con uso di cavalli. Esse sono accettabili solo se non
restano attaccate a un passato incivile e violento, ma si
svolgono nel massimo rispetto dell'animale e si adeguano alla
nuova sensibilità che si sta sviluppando nei riguardi
degli animali e non la offendono.
Collaboriamo attivamente con l'ILPH (International League
for the Protection of Horses) e con la DVSP (Deutscher Vereinigung
zum Schutz des Pferdes) per quanto riguarda il problema del
trasporto di cavalli vivi destinati al mattatoio, provenienti
dai paesi dell'Europa dell'est.

Cosa facciamo nel mondo
Trasporto cavalli da carne dall'Europa orientale
Situata al centro dell'Europa, l'Ungheria è un corridoio
di transito per il traffico di cavalli vivi. Quest'anno stiamo
collaborando con il Ministero dell'Agricoltura ungherese sia
a Budapest che a Redics, una stazione di foraggiamento ed
abbeveramento al confine tra Ungheria e Slovenia.Secondo le
attuali leggi ungheresi il personale di frontiera a Redics
non ha il potere legale di fermare gli autocarri che arrivano
con cavalli caduti per collasso. Tutto quello che gli autisti
devono fare è scaricare gli animali, farli rialzare,
ricaricarli e passare la frontiera.
I cavalli cadono per collasso dovuto a spossatezza e scaricarli
è problematico. Per dare un aiuto pratico si stanno
fornendo macchinari per il sollevamento progettati appositamente
per rimettere in piedi i cavalli per evitare che si cerchi
di alzarli tirandoli per la coda o per le orecchie o prendendoli
a calci e a bastonate.
Il
nostro scopo è quello di rendere sopportabile ciò
che è insopportabile, fino a quando questo traffico
durerà e non v'è dubbio che, almeno per il momento,
durerà ancora. La Commissione Europea ha insistito
che è necessaria la prova scientifica prima che vengano
introdotte norme legislative per migliorare le condizioni
di animali trasportati vivi. Noi, però, vediamo questi
come problemi pratici e non scientifici, con soluzioni pratiche
e non scientifiche.Stiamo lavorando anche in altri settori
nell' Europa orientale:
- nella progettazione di autocarri più adatti e confortevoli
per il trasporto dei cavalli;
- cercando di mettere in contatto gli importatori italiani
con i fornitori di carne refrigerata anziché di animali
vivi, come in Romania, dove si incoraggia l'allestimento
di mattatoi conformi alle direttive della Comunità
Europea;
- mettendo in risalto che malattie infettive vengono regolarmente
trasportate nella Comunità Europea dagli importatori
italiani, che contravvengono alle leggi sia dei paesi dell'Europa
orientale che della CEE.
E' anche nostro compito quello di richiamare l'attenzione
dei governi dell'Europa orientale sugli aspetti economici
di questo traffico: perdita di entrate, perdita di occupazione
e perdita di sottoprodotti.
Riteniamo che nell'arco di cinque anni potremo mettere fine
al trasporto su lunghe distanze di animali vivi destinati
al mattatoio.
Collaboriamo con l'associazione magistrati AVIPO per sviluppare
una maggiore sensibilizzazione del mondo giuridico nei confronti
della sofferenza degli animali e una più attenta e
severa applicazione della norma del Codice Penale.
Gli ultimi editoriali di Carlo Faillace
Editoriale del 20-01-2004
Per favore, togliete i ferri ai cavalli
di Carlo Faillace
Per oltre mille anni l'attuale pratica di ferrare i cavalli
è stata seguita senza che la gente si rendesse conto che in
essa potesse esservi qualcosa di sbagliato e di dannoso, anche
se correttamente eseguita. Sebbene incidenti e inequivocabili
manifestazioni di sofferenza l'accompagnassero di continuo
e fossero ben visibili agli occhi di chiunque, nessuno volle
correre il rischio di riflettere su un argomento che appariva
così astruso. Se qualcuno si azzardava a farlo si esponeva
a dissenso e insolenze. I danni che da essa derivano sono
sempre stati ignorati o negati e si è cercato di vincerli
in ogni modo tranne che in quello giusto e naturale: quello,
cioè, di rimuovere la causa. La quale causa è stata ugualmente
incompresa sia dai più semplici che dai più istruiti. (Clark,
Bracy: Podophtora. Demonstration of a Pernicious Defect
in the Principle of the Common shoe. Royal Veterinary
College Library, London, 1829, p.2).
Così scriveva nel 1829 il dottor Bracy Clark, considerato
come una delle maggiori autorità di tutti i tempi nel campo
della cura del piede del cavallo (vedi ciò che scrive di lui
il dottor Doug Butler, una colonna della scienza veterinaria
moderna, nella sua opera Principles of Horseshoing),
il primo che abbia osato contestare una usanza deleteria per
il cavallo originatasi nell'Alto Medioevo e perpetratasi poi
come moda senza che nessuno si chiedesse il perché della sua
adozione.
I ferri compaiono in Europa tra il IX e il X secolo e vengono
adottati con grande lentezza, a differenza di altre invenzioni
introdotte dall'estremo oriente come le stanghe e il pettorale
per la trazione, che rivelano grandi vantaggi. Veniva ferrato
solo il cavallo usato in battaglia. Alcune miniature del tempo
e anche posteriori mostrano gli zoccoli dei cavalli con punte
di chiodi che sporgono di vari centimetri dalla muraglia.
Ciò prova, secondo la ipotesi più accreditata, che il piede
del cavallo veniva usato come arma, per creare danno maggiore
tra le fanterie nemiche. Va ricordato che siamo nel periodo
nel quale la cavalleria diventa elemento risolutivo sul campo
di battaglia. Periodo che dura fino al 1350 (Crécy). Il ferro,
applicato sotto il piede serve da supporto ai chiodi (dapprima
tre per ramo) e per eliminare la sporgenza della testa dei
chiodi fornendo una superficie piana che ne evitasse, sotto
il piede, il fastidio e gli inconvenienti che ne potevano
derivare.
Tanto sono vere le considerazioni del dott. Bracy che ancora
oggi, se qualche mente più illuminata mette in questione questa
pratica assurda e inutile deve farlo con grande coraggio,
perché si espone a dissenso e insolenze (quanta ignoranza
è quella che v'offende). Fortunatamente per i cavalli,
però, negli ultimi decenni è andato crescendo l'interesse
per la questione dell'utilità o meno della ferratura. I risultati
sono che non c'è supporto scientifico alcuno per dimostrare
che la ferratura sia utile, ma piuttosto è schiacciante la
prova scientifica che ne dimostra la dannosità.
Gli ostacoli e le resistenze a sferrare il cavallo sono principalmente
due: interessi economici e la mentalità della gente.
Se si considera che nei soli Stati Uniti i proprietari di
cavalli spendono più di 2 miliardi di dollari all'anno per
curare i piedi dei loro animali (American Farrier Journal)
è lecito chiedersi se quei veterinari e quei maniscalchi che
si oppongono all'idea del cavallo sferrato lo facciano solo
per proteggere certi loro interessi economici. Dato, però,
che viviamo in un mondo idealistico e disnteressato, forse
sarebbe meglio ritenere che questo atteggiamento sia dovuto
a scarsità di conoscenze, oltre alla mancanza di supporto
scientifico.
La mentalità della gente, tendenzialmente conservatrice, prende
per scontato che un cavallo debba essere ferrato, perché,
pensa, si è sempre fatto così ed è soggetta alla logica del
maniscalco, che si fonda sull'esperienza comune e spicciola
della ferratura. Quando, infatti, si tolgono i ferri al cavallo
per il periodico pareggio e per la nuova ferratura o rimessa,
cioè tra una ferratura e l'altra, l'unghia del piede appare
di solito umida, relativamente morbida e piuttosto sensibile.
Se si facesse camminare il cavallo appena sferrato su di una
imbrecciata o su un terreno sassoso e duro, si assisterebbe
allo spettacolo pietoso di un animale che si muove sofferente
e incerto. Maniscalco e proprietario concluderebbero che lasciandolo
in quello stato e sottoponendolo a lavoro i suoi piedi si
rovinerebbero del tutto.
Solo una piccola percentuale di maniscalchi ammetterebbe che
la debolezza e la sensibilità del piede sono il risultato
della ferratura e che rinunciando a questa si permetterebbe
alla natura di ricostruire un'unghia dura, solida e resistente,
che non avrebbe alcuna necessità del ferro. I piedi deboli
del cavallo non sono una caratteristica congenita: sono una
conseguenza della ferratura e della limitazione dello spazio
naturale.
E' ovvio che se il cavallo non viene mai ferrato il problema
non esiste.
Paradossalmente i ferri vengono messi con l'intenzione di
fare un bene, non un male, al nostro cavallo.
Ecco, però, cosa succede:
 |
In questa foto:
lamine di un piede sano non ferrato
|
| In questa foto: danni alle
lamine causati dalla ferratura. Le linee scure mostrano
l'infiammazione |
L'argomento è interessante e rivoluzionario. In questi ultimi
decenni va crescendo il concetto del cavallo sferrato e si
sta rapidamente diffondendo in tutto il mondo. Si tengono
convegni presso le università come quello recente presso la
Tuft University di Boston e quello del novembre scorso presso
la clinica ortopedica per equini della Dott.ssa Strasser a
Tuebingen, Stoccarda. In Canada, negli Stati Uniti, in Australia,
in Nuova Zelanda, in Germania, e nel Regno Unito cresce il
numero di cavalli adoperati sferrati in tutte le discipline
e quello degli specialisti del piede, che eseguono ed insegnano
il corretto pareggio per il cavallo sferrato. Anche in Italia
la pratica si va diffondendo. Un esempio è quello del Centro
Ippico Happy Stables a Palermo, dove i cavalli sono stati
sferrati da oltre un anno e partecipano a tutti gli eventi
sportivi, dalle categorie C5 di Salto Ostacoli al Dressage
alle passeggiate. L'esempio è seguito anche in Piemonte e
in altre regioni con grande soddisfazione e crescente entusiasmo.
E' appena sorta, infatti, l'associazione che riunisce i coraggiosi
fautori del cavallo sferrato: la Barefoot Horse Italia (Il
termine inglese Barefoot , "scalzo", è quello internazionalmente
adottato).
Chi desidera approfondire l'argomento può leggere quanto pubblicato
su questo sito (titolo: La
ferratura: un male) e andare a visitare i seguenti siti
specifici:
http://www.barefoothorse.com/
Forse il miglior sito sull'argomento
http://www.naturalhorsetrim.com/
altro sito veramente ottimo
http://www.tribeequus.com/index.html
Sito molto buono soprattutto per i riferimenti ad altri siti
e per l'iconografia
http://annalar16.tripod.com/aboutbarefootedhorses/index.html
http://www.ibem.org.uk/
http://www.barehoof.com/
http://www.horseshoes.com/supplies/alphabet/equilox/pages/hoofarmor.htm
http://homepages.paradise.net.nz/~componic/
http://www.hoofcare.com/index.html
http://www.strasserhoofcare.com
http://www.naturalhoof.co.nz/index.html
http://www.alltel.net/~star
http://www.hoofdoctor.co.uk
http://www.thehorseshoof.com
http://www.thenakedhoof.com.au
http://www.hoofnitnaturally.uni.cc
Appena sarà stato allestito, troverete tra i links della Proequo
l'indirizzo del sito della Barefoot Italia
C.F.
Per saperne di più: http://www.proequo.it/newfiles/editoriali.html

Editoriale del 14-10-2003
Fantasticheria (ma non tanto) su salvataggi dal macello
e adozioni
Più volte ho espresso la mia opinione riguardo ai
cosiddetti "salvataggi" di cavalli dal macello attraverso
"collette" e alle "adozioni" a distanza,
manifestando il modus agendi e la filosofia della Proequo.
Mentre, nell'ambito del vero mondo equestre certe considerazioni
sono ovvie e, come si dice, sfondano una porta aperta, succede,
tuttavia, che altrove, in ambienti improvvisati ai margini
dell'equitazione e delle attività equestri, persistono
comportamenti sui quali conviene fare riflettere.
Viviamo in un Paese che consuma per uso umano la carne di
cavallo, come quella di maiale o di agnello o di pollame.
Nella sola città di Roma vengono macellati circa cento
cavalli a settimana. In Italia subiscono questa sorte circa
duecentomila cavalli all'anno. Se non mutano consuetudini,
usi e gusti della popolazione, questa abitudine è destinata
a permanere e ogni polemica è sterile, inutile e strumentale.
In linea con il pensiero dell'ILPH (Lega Internazionale per
la Protezione del Cavallo), più volte espresso dalla
sua Presidentessa, S.A.R. la Principessa Anna d'Inghilterra,
anche la Proequo si astiene dal condannare chi fa uso di carne
di cavallo per scopo nutrizionale. E' un problema che riguarda
l'etica dell'individuo e non sta a noi criticare. Mettersi
a "salvare" tutti i cavalli che vanno al macello
rappresenta, in queste condizioni, un'impresa insensata.
E' certamente encomiabile il gesto di un singolo che evita
a un cavallo di essere macellato, purchè gli assicuri
una vita che ne garantisce il benessere, senza sfruttamenti.
Da', invece, adito al dubbio la richiesta di denaro per "salvare"
non un solo cavallo come fatto sporadico, ma addirittura l'organizzazione
di "collette", a ruota o come attività, per
"salvare" vari cavalli destinati alla macellazione
o presunti tali e poi per mantenerli.
Il tarlo del dubbio
I "salvataggi" sono convenienti ai commercianti
di cavalli, i quali perseguono lo scopo legittimo di realizzare
il maggior profitto. Essi, infatti, per far leva sui sentimentalismi,
hanno sempre a disposizione una cavalla con puledro che devono
essere macellati, oppure fanno sapere a chi è facilmente
emotivo, di avere un cavallo destinato a prossima macellazione,
se non prontamente acquistato. Ciò significa che se
il cavallo ha un valore commerciale, come carne, di cinquecento
euro, può, se venduto altrove, diventare fonte di un
guadagno maggiore. Il commerciante, infatti, facendo un affare
legittimo, può chiederne tranquillamente ottocento
e ottenerle da chi giustamente si commuove. Su tutto questo
non c'è nulla da dire se si tratta di singoli individui,
che, potendoselo permettere, con un bel gesto generoso, tirano
fuori i soldi dalle proprie tasche e nulla si può rimproverare
al commerciante che fa i propri interessi. Sicuramente ci
sarà chi agisce in buona fede; sugli "acquisti"
organizzati, però, molti sono i dubbi che possono nascere.
Traendo, infatti, vantaggio dalla pubblicizzazione resa oggi
possibile da Internet, gli organizzatori della colletta potrebbero
facilmente far leva sui sentimentalismi di tanti con le solite
storie strappalacrime e mettere insieme una cifra notevole,
ben superiore a quella richiesta dal venditore. E' lecito,
quindi, chiedersi: Pagato il commerciante, il denaro restante
dove finisce? Non è neppure poco realistica l'ipotesi
che tra venditore e "acquirente" si crei un accordo
del tipo: "Tu mi fai guadagnare qualcosa in più
del valore dell'animale e il resto te lo metti in tasca".
Così a guadagnare sono entrambi e, agendo in modo continuativo,
si può organizzare una bella attività. Se, poi,
si fa ricorso al sistema dell'adozione a distanza, è
possibile creare un'altra fonte di guadagno. Facilmente, infatti,
si può raggiungere la cifra necessaria al costo di
mantenimento di un cavallo: basta che una decina di persone
mandino 10 euro ciascuno per superare abbondantemente i 65/70
euro mensili, che sono il costo di quanto un cavallo "scuderizzato"
consuma.[i]
Non finiscequi, però. I cavalli "salvati"
potrebbero essere messi al lavoro, potrebbero, cioè,
essere sfruttati in passeggiate e pseudo-istruzioni condotte,
oltretutto, da chi non ha titolo e quindi non da istruttori
federali. Gli utenti o clienti dovrebbero, ovviamente, pagare
il servizio del quale usufruiscono o con una quota stabilita
o con mascheramenti tipo "donazioni". Si crea, comunque,
un'altra fonte di entrate. Si può, in fine, anche ipotizzare
che se l'attività fosse priva di strutture, con piagnistei
ben concertati, sarebbe possibile racimolare le somme necessarie
a costruirle. Così, senza investimento di capitali
e senza rischio, si creerebbe una attività equestre
redditizia, mascherata da opera pia, al contrario di chi onestamente
opera nell'attività equestre, sia per passione sia
per legittimo lucro, che deve investire, a proprio rischio,
capitali per costituire il parco cavalli, investire nelle
strutture, affrontare i costi di mantenimento e quelli del
personale addetto.
L'esempio
Internet, purtroppo, è un coro dove cantano tutti:
intonati, stonati e senza voce. Bisogna aprire gli occhi e,
soprattutto, accertarsi.
Recentemente mi era stato segnalato un sito web che si auto-descriveva
come un centro equestre non a cinque, ma addiritura a sette
stelle. Sale parto, assistenza veterinaria permanente, club
house, sale riunioni e conferenze, ambulatorio plurispecialistico,
zona solarium, ampi box, paddocks, insomma ce n'era da far
impallidire un bel centro come l'Olgiata o quello di Bagnaia
o quello di Bolgheri dai cipressi alti e schietti. La segnalazione,
però, non era stata fatta per dare risalto a un paradiso
equestre, bensì per avvertire che il sito era menzognero
e pubblicizzava una struttura non corrispondente a quanto
veniva dichiarato. Il fatto grave stava nel fatto che, con
una pubblicità ingannevole, si chiedevano contributi
in denaro per i soliti salvataggi di cavalli dalle mani di
feroci commercianti e per la loro adozione. Gravissimo, poi,
mi si diceva, che sulle pagine del sito in questione comparissero
i marchi distintivi e riferimenti di una grande associazione.
Per non sapere né leggere né scrivere, a scanso
di equivoci, sono andato a vedere il sito web e me lo sono
tutto stampato, per leggerlo e considerarlo con calma e tempo
e conservarlo. Le segnalazioni, peraltro, mi informavano che
nella suddetta struttura i cavalli non erano tenuti in maniera
decente. Per farla breve, poiché mi fido solo dei miei
occhi e delle mie orecchie, a mie spese sono partito per andare
a vedere e a investigare.
Dalle informazioni prese sui "gestori" della struttura
è uscito un bel quadro. Un rappresentante delle Forze
dell'Ordine ha detto che non si trattava di pregiudicati o
di veri e propri delinquenti, ma di lestofanti. Nella zona,
infatti, molti sono quelli che sono rimasti bruciati da costoro.
Insomma, chiedendo di qua e di là, è venuto
fuori che sono, come si dice a Roma, dei "sola".
Sono, poi, venuto a sapere, con testimonianza diretta, che
"lor signori", in precedenza, avevano portato dei
cavalli in una struttura ippica dove li avevano abbandonati
per mesi, nonostante gli animali avessero bisogno di cure
e di medicinali, senza farsi vivi e, naturalmente, senza pagare
la pensione. I proprietari della scuderia se ne son dovuti
far carico e hanno faticato non poco per contattare questi
"amanti degli animali", che si facevano regolarmente
negare, e costringerli, in fine, a portar via i cavalli. Testimonianze
dirette mi hanno altresì confermato che costoro non
sono gente di cavalli ( persino incapaci di mettere una capezza
se un cavallo si muove un po'), non sono mai stati visti montare
un cavallo, ma sono stati visti far salire i cavalli sul van
prendendoli a bastonate. Si presentavano, inoltre, come i
responsabili per la regione di una grande associazione. Quando
i cavalli sono rimasti abbandonati, una cliente del centro,
che è socia della grande associazione, ha scritto alla
sede denunciando il fatto, ma non ha mai avuto risposta.
Sono andato a vedere la struttura tanto ben presentata in
Internet. Avendo capito con chi avevo a che fare, mi sono
fatto accompagnare da un testimone.
Lo "Sheraton" per cavalli era, in realtà,
un immobile in stato di abbandono e di degrado cosparso di
detriti e calcinacci, non destinato ad accogliere cavalli,
nel quale nulla esisteva di quanto pubblicizzato sul sito
web. Neppure un box per cavalli e invece che in "ampi
paddocks" le povere bestie stavano raggruppate in una
sorta di campo-cortile dove abbondavano macerie e lamiere,
senza riparo dal sole e dalle intemperie. Insomma, ho visto
una bidonville per cavalli gestita da bidonisti. Se invece
che in Italia quella situazione si fosse verificata in un
Paese più sensibile nei confronti dei cavalli e dove
è in vigore e viene applicato il Codice degli Standards
e dei Requisiti Minimi per il Benessere del Cavallo [ii],
i gestori sarebbero stati arrestati e denunciati e gli animali
sequestrati, poiché in quel luogo i requisiti minimi
non esistono. Traspaiono chiaramente, invece, gli elementi
dell'inganno che caratterizzano la frode per eccellenza: "Chi
con artifizi e raggiri, inducendo taluno in errore."…
ma questo è compito del magistrato.
Il personaggio che mi illustrava luogo e attività aveva
la duplice caratteristica dell'imbroglione, che si presenta
dapprima con il piagnucolio del mendicante, mirando a commuovere,
per poi erompere prontamente con la volgarità del rozzo
se lo si scopre cogliendolo nella menzogna.
Su due cose, in fine, bisogna stare in guardia quando si incontrano
individui e situazioni di questo genere. La prima è
la possibilità del ricatto, che costoro potrebbero
esercitare sui "benefattori-contribuenti" qualora
venissero a mancare i presupposti economici: noi molliamo,
che fate coi cavalli? La seconda è il fatto che o per
vergogna o per qualche sindrome psicologica i gabbati potrebbero
essere portati a giustificare, dando così l'impressione
di essere complici.
Conclusione
Non per stupido vanto, ma per offrire un esempio che possa
servire come termine di paragone e abbia carattere informativo
per chi nulla sa del mondo equestre, sono costretto a scrivere
del lavoro della Proequo, discreto e silenzioso. E' tra i
nostri compiti quello di recuperare cavalli dismessi o resi
inutili da patologie o da abusi di vario genere o giunti a
fine carriera. Per quanto è possibile ci occupiamo
del rehoming, cioè di trovare una nuova casa per cavalli
che i proprietari non possono più tenere. Una nuova
casa che può essere solo presso qualcuno da noi conosciuto
e selezionato, che terrà il cavallo come un animale
di affezione e se ne farà carico, pur restando il cavallo
di nostra proprietà, per poter esercitare un'azione
di controllo ed eventualmente riprenderlo se non viene trattato
secondo i canoni degli standard del benessere del cavallo
e affinchè non possa mai essere venduto. Cavalli che
hanno bisogno di cure particolari restano, in genere, qui
per sempre. Ne abbiamo che sono arrivati in condizioni tali
da non poter più camminare e ora corrono, saltano e
sgroppano felici, totalmente recuperati e restituiti a una
vita normale. Non sfruttiamo i cavalli facendoli lavorare
per "autofinanziarsi". Non svolgiamo alcuna attività
remunerativa a scapito degli animali. I cavalli qui da noi
vivono senza essere molestati; ginnasticati ovviamente perché
il cavallo, anche se anziano, deve essere esercitato, oltre
che poter godere della propria libertà in compagnia
dei suoi simili. Non chiediamo soldi, non organizziamo collette,
non strombazziamo ai quattro venti ogni volta che recuperiamo
un cavallo. Non "salviamo" cavalli comperandolidai
commercianti perché non ce n'è bisogno: a noi
giungono i cavalli destinati alla macellazione grazie all'opera
di convincimento dei veterinari, che persuadono i proprietari
a portarli qui, rinunciando a un guadagno e salvando loro
la vita. Non sfruttiamo in vario modo questa attività
per ricavarne utili, ma, al contrario, con il nostro lavoro
di volontariato adoperiamo la nostra proprietà e le
nostre rendite e i nostri introiti personali per mantenere
la struttura e l'attività. La Proequo non sfrutta la
sofferenza degli animali a proprio vantaggio. Non siamo dei
burocrati dell'animalismo, ma gente che si tira su le maniche
e lavora sul campo con professionalità e cognizione
di causa. Non siamo in antagonismo con strutture ippiche regolari
e riconosciute, ma, anzi, spesso collaboriamo con esse per
il benessere del cavallo. A molte di loro va dato credito
perchè mantengono cavalli dismessi senza ricavarne
utile. Ci sono, poi, persone degne di nota e di lode come
Maria Grazia Barbieri, Ebe Dalle Fabbriche e altri che trovano
gratuitamente sistemazioni per i cavalli. .
E' con grande scetticismo che io guardo chi dice di fare il
bene…con i soldi degli altri. Specialmente in un Paese
con tanti furbi e tantissimi grulli, che non aspettano altro
che di essere gabbati.
CF

[i] La cifra si riferisce a chi come
noi svolge una attività che non è lucrativa
e non tiene conto di ammortamento di capitali né di
costi di manodopera, dato che il nostro è un lavoro
di volontariato. I nostri approvvigionamenti di fieno e cereali,
inoltre, provengono dal luogo di produzione e non dalla vendita
al dettaglio. [ ]
[ii] Il Codice di Raccomandazioni
e Standard Minimi per il Benessere del Cavallo per l'Italia
è stato da me redatto e consegnato sia al ministero
delle Politiche Agrarie che a quello della Sanità.
E' stato approvato dalla SIVE (società Italiana Veterinari
per Equini) e dall' ASVeP (Associazione Culturale Veterinaria
di Salute Pubblica). E' stato da me presentato all'UNIRE in
occasione del 70° anniversario dell'Ente. Dovrebbe ben
presto essere in vigore. In tal modo, chi o per ignoranza
o per connivenza si copre gli occhi con prosciutto o cetrioli
dinanzi a casi come quello descritto sarà costretto
a intervenire.
La Sezione IV del Codice descrive gli standards minimi per
le scuderie. [ ]
Per saperne di più: http://www.proequo.it/newfiles/editoriali.html
|